Prima seduta di terapia di gruppo.

Se fallisco anche qui, mi sparo.

(cit. uno dei partecipanti)

Il post potrebbe concludersi così, ogni altra parola è, di fatto, un grazioso inutile orpello, perciò ne spargerò a manciate, o per lo meno finché non mi stufo.
Ma partiamo dalle cose fondamentali, prima.

Abbigliamento:
-Twinset di lana nero, con collo di pelo dei primi anni duemila. Assicuro voi lettori che il pelouche che si è sacrificato per decorarlo, ha sofferto.
-Gonna al ginocchio in lana, fantasia tartan rossa e nera, fatta su misura su mio modello dalla sarta di fiducia, poco prima che morisse di cancro.
-Leggins marroni oversize, reciclati dal periodo in cui ero una balena e opportunatamente occultati dagli immancabili stivaloni borchiati in finta fintapelle da battona economica.
-Capelli alla c. di c.
-Trucco raffazzonato con immancabile triplo strato rossetto rosso fuoco.
Risultato: un quindicenne magrebino, probabilmente sotto effetto di cannabis, mi ha fatto i complimenti, gli ho detto “grazie” facendogli un accenno di inchino e sono scoppiata a ridere, durando fino a che non sono entrata.

L’ambiente era da primo giorno di liceo: c’erano il Nerd, le Amiche del Cuore, l’Orso (il pronunciatore della frase che ha aperto il post), la Suocera, il Comico, il Timido, la Straniera, la Cicciotta, la Mammina e l’Artista.
Poi c’ero io, la solita me, nell’ultimo banco, ad osservare come al solito, persa nel mio mondo.
Non saprei che ruolo attribuirmi, d’altro canto non sarebbe nemmeno corretto, dovrebbero essere gli altri a farlo. Staremo a vedere.

Il mio compagno di banco era il Timido, vent’anni e la vitalità di un bradipo. È pure carino, se si desse una mossa potrebbe anche uscirne.
L’Orso, invece, era capitato con la Suocera, il suo disappunto era palpabile. Lei se lo sarebbe portato a casa, lui sudava freddo.

Il gruppo mi piace, adoro stare tra i depressi falliti.

Per il resto, tutto si è svolto esattamente come ai tempi della scuola: bla bla bla, mentre io osservavo i tetti dalla finestra; bla bla bla e contavo le antenne.
Cambiò persona adetta al blateramento, c’era un uomo su un tetto. Gli uccelli volavano, le nuvole correvano.
Pausa sigaretta.
In cortile, al circolo dei tabagisti, si faceva a gara per vincere il premio “caso umano del gruppo”, competizione sospesa dal freddo e dalle sigarette finite.
Si riprese, pioveva e gli uccelli non volavano più.
Le antenne ondeggiavano a destra e a sinistra, poi ancora a destra e poi ancora a sinistra.
Smise di piovere.
«Guarda, c’è l’arcobaleno!», feci notare al Timido, con l’entusiasmo di una bambina.
Lui, visibilmente imbarazzato, annuì.
Credo abbia pensato “questa è proprio scema”.

In sintesi, mi sono divertita.
Unica seccatura (figuriamoci se non ci fosse stata) era una presa di corrente che, a differenza delle altre, era verniciata dello stesso colore del muro.
Ecco, meglio che non ci pensi.

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19 pensieri su “Prima seduta di terapia di gruppo.

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